La guerra Merkel-Obama
La situazione politica ed economica internazionale appare tuttora caratterizzata da almeno tre linee di tendenza. La prima è rappresentata dalla prosecuzione di un processo di redistribuzione della potenza politica che procede di pari passo con quello della ricchezza ed è in corso almeno dagli anni Ottanta, quando ebbe inizio la stagione delle grandi riforme promosse da Deng Xiaoping in Cina. Il suo tratto saliente è la progressiva affermazione dei cosiddetti “giganti emergenti”, che si avviano a trasformare in profondità gli equilibri mondiali. di Germano Dottori*
22 AGO 20

Oggi a Roma, dalle 17 nella Sala della Mercede (Palazzo Marini, Via della Mercede, 55), sarà presentata l’edizione 2012 di Nomos & Khaos curata dall’Osservatorio scenari strategici e di sicurezza di Nomisma. Il think tank bolognese è stato fondato nel 1981 da un gruppo di economisti, tra cui Romano Prodi, in forma di società per azioni e con il sostegno delle principali banche italiane; all’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione Ue fu affidato originariamente anche il compito di organizzare scientificamente il lavoro di ricerca. Oggi Prodi ha lasciato gli incarichi formali nella fondazione, ma la sua vita professionale e politica è stata molto legata alla stessa. Il rapporto Nomos & Khaos quest’anno è stato curato dal generale Giuseppe Cucchi, già direttore del dipartimento Informazioni per la Sicurezza della presidenza del Consiglio, e da Germano Dottori. Questo studio, di cui pubblichiamo ampi stralci, traccia annualmente uno “stato del mondo”, esaminando i principali sviluppi intervenuti nell’ambito politico-strategico e in quello politico-economico negli ultimi dodici mesi. Il Rapporto, realizzato anche quest’anno con il contributo di Finmeccanica ed Elettronica, rileva la persistenza di rilevanti elementi di squilibrio sulla scena internazionale, economia e sicurezza. Alla presentazione parteciperanno, tra gli altri, Pietro Modiano (presidente Nomisma), Stefano Silvestri (Istituto affari internazionali), Alessandro Pansa (direttore generale Finmeccanica).
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La situazione politica ed economica internazionale appare tuttora caratterizzata da almeno tre linee di tendenza.
La prima è rappresentata dalla prosecuzione di un processo di redistribuzione della potenza politica che procede di pari passo con quello della ricchezza ed è in corso almeno dagli anni Ottanta, quando ebbe inizio la stagione delle grandi riforme promosse da Deng Xiaoping in Cina. Il suo tratto saliente è la progressiva affermazione dei cosiddetti “giganti emergenti”, che si avviano a trasformare in profondità gli equilibri mondiali. La seconda s’identifica con l’accelerazione dello sviluppo tecnologico legato a trasmissione, stoccaggio e sfruttamento delle informazioni, che sta conferendo a un rilevante numero di soggetti non pubblici capacità e poteri che erano un tempo appannaggio esclusivo degli stati, con ripercussioni straordinarie che coinvolgono il mondo della finanza e incidono sui rapporti intrattenuti dal potere economico con quello politico, al punto che non può più considerarsi certa la linea di sovraordinazione del secondo al primo, che dovrebbe regolare i rapporti reciproci. (…) La terza ha a che fare con il riorientamento della strategia globale della superpotenza superstite della Guerra fredda, che dalla fine del 2010 pare scommettere più sull’instabilità che sulla stabilità, privilegiando strumenti indiretti di condizionamento politico rispetto ai mezzi di influenza più tradizionali, che erano stati impiegati con speciale disinvoltura soprattutto dalle Amministrazioni repubblicane d’inizio millennio, all’indomani degli attacchi dell’11 settembre. Con questo cambio di paradigma, è stata capovolta una concezione in base alla quale l’America considerava se stessa come la garante di ultima istanza della sicurezza internazionale e del disciplinato sviluppo della globalizzazione: funzione che le era stata di fatto riconosciuta dalla gran parte degli attori operanti sulla scena mondiale. Con la presidenza Obama, in effetti, pare prevalere uno schema differente, nel quale il disordine e un certo livello endemico di caos in alcune regioni del pianeta vengono ormai giudicati compatibili con gli interessi statunitensi di lungo termine, se non addirittura favoriti anche con il trasferimento unilaterale degli oneri della stabilizzazione alle potenze che sarebbero altrimenti destinate a subire le ripercussioni più gravi dell’instabilità. In ragione del ruolo tuttora centrale svolto dall’America nel pianeta politico, questo rivolgimento strategico sta dispiegando effetti di vasta portata.
La deregulation politico-strategica determinata dall’apparente ripiegamento statunitense sta avendo infatti profonde ripercussioni in nord Africa, medio oriente e Asia centrale, tanto per effetto dell’apertura operata dalla Casa Bianca in favore dell’islam politico e del parallelo ridimensionamento della valenza attribuita da Washington alla propria special relationship con Israele, quanto in conseguenza dei vuoti geopolitici di potenza che sta determinando in Iraq e Afghanistan.
La combinazione dei processi in corso ha tuttavia posto in grave difficoltà soprattutto l’Europa, che è già interessata negativamente dal ridimensionamento economico dell’area nord-Atlantica rispetto a quella del Pacifico, rischia di ridursi ad una “periferia” del sistema globale ed espone ormai alla comunità internazionale ed ai mercati finanziari i limiti e le vulnerabilità sistemiche della costruzione comunitaria.
La combinazione dei processi in corso ha tuttavia posto in grave difficoltà soprattutto l’Europa, che è già interessata negativamente dal ridimensionamento economico dell’area nord-Atlantica rispetto a quella del Pacifico, rischia di ridursi ad una “periferia” del sistema globale ed espone ormai alla comunità internazionale ed ai mercati finanziari i limiti e le vulnerabilità sistemiche della costruzione comunitaria.
La destabilizzazione del Mediterraneo, peraltro dovuta in parte significativa a fattori endogeni, e l’acuirsi della crisi dei debiti sovrani, hanno in effetti esacerbato la tendenza degli stati europei a rielaborare su basi nazionali e in un’accezione più ristretta i propri interessi, ponendo a repentaglio alcune fra le acquisizioni più importanti degli ultimi sessanta anni di storia del continente.
Ha perso vigore l’ambizione di fare dell’euro una nuova divisa di riserva in grado di contendere al dollaro il “privilegio esorbitante” di cui gode attualmente, mentre si è fatta forte tra gli elettori europei la richiesta di meccanismi di salvaguardia rispetto al rischio del fallimento e della deindustrializzazione.
Si parla così sempre più frequentemente e autorevolmente di piani B, che consisterebbero essenzialmente in altrettante strategie di uscita dall’euro, il cui esito sarebbe la frammentazione dell’Eurozona in un numero di parti ancora imprevedibile.
Viene evocata non soltanto la restaurazione delle divise nazionali in circolazione prima del 2002, ma altresì la creazione di una molteplicità di monete macroregionali, come il Nuovo euro nordico di cui si parla in Germania e nella Mitteleuropa.
Ha perso vigore l’ambizione di fare dell’euro una nuova divisa di riserva in grado di contendere al dollaro il “privilegio esorbitante” di cui gode attualmente, mentre si è fatta forte tra gli elettori europei la richiesta di meccanismi di salvaguardia rispetto al rischio del fallimento e della deindustrializzazione.
Si parla così sempre più frequentemente e autorevolmente di piani B, che consisterebbero essenzialmente in altrettante strategie di uscita dall’euro, il cui esito sarebbe la frammentazione dell’Eurozona in un numero di parti ancora imprevedibile.
Viene evocata non soltanto la restaurazione delle divise nazionali in circolazione prima del 2002, ma altresì la creazione di una molteplicità di monete macroregionali, come il Nuovo euro nordico di cui si parla in Germania e nella Mitteleuropa.
Nessuno di questi progetti può ritenersi privo di conseguenze geopolitiche maggiori, posto che le eventuali nuove frontiere monetarie finirebbero per generare zone d’influenza e assumere valenze ulteriori rispetto a quelle oggi messe in preventivo dai promotori del disfacimento dell’euro.
E’ tuttavia pronosticabile che il ritorno alle divise nazionali – o uno scenario di sostituzione della moneta unica europea con una pluralità di divise sovranazionali differenti – ridurrebbe consistentemente le possibilità di avere un’Europa in grado di recuperare il proprio ruolo nel mondo, evitando il declino e la prospettiva della propria marginalità globale, alla quale si sottrarrebbe forse la sola Germania, che in assenza dell’euro perderebbe comunque parte dei grandi vantaggi competitivi goduti all’interno di Eurolandia.
E’ tuttavia pronosticabile che il ritorno alle divise nazionali – o uno scenario di sostituzione della moneta unica europea con una pluralità di divise sovranazionali differenti – ridurrebbe consistentemente le possibilità di avere un’Europa in grado di recuperare il proprio ruolo nel mondo, evitando il declino e la prospettiva della propria marginalità globale, alla quale si sottrarrebbe forse la sola Germania, che in assenza dell’euro perderebbe comunque parte dei grandi vantaggi competitivi goduti all’interno di Eurolandia.
Da quanto precede, deriva una constatazione centrale all’analisi che viene condotta nel rapporto 2012 di Nomos & Khaos: l’Europa è nuovamente a un bivio cruciale, chiamata com’è a decidere cosa voglia essere, che ruolo ambisca ancora a svolgere nel pianeta e in quale modo possa continuare ad assicurare ai suoi cittadini il benessere che ne ha contraddistinto negli ultimi decenni gli stili di vita.
Alla soluzione del dilemma potranno dare un contributo tutti gli stati membri dell’Unione, ma le realtà degli equilibri di potenza inducono a ritenere che la partita decisiva si giochi in Germania.
Quest’ultima è stata finora intransigente nel difendere i tratti essenziali della costituzione economica imposta all’Unione europea sulla base del proprio modello non accondiscendente di sviluppo, che ha garantito alla Repubblica federale un significativo vantaggio concorrenziale sui propri partner.
Il nodo da risolvere è quello delle riforme da apportare all’architettura e ai poteri delle istituzioni chiamate a gestire la politica economica dell’Eurozona.
Per difendere la divisa unica e proteggere dal rischio di default alcuni stati di Eurolandia si sono escogitati diversi arrangiamenti: sono stati costituiti fondi e meccanismi d’intervento, il cui utilizzo tuttavia si è rivelato politicamente troppo sensibile per essere flessibile e credibile quanto sarebbe stato necessario.
Alla soluzione del dilemma potranno dare un contributo tutti gli stati membri dell’Unione, ma le realtà degli equilibri di potenza inducono a ritenere che la partita decisiva si giochi in Germania.
Quest’ultima è stata finora intransigente nel difendere i tratti essenziali della costituzione economica imposta all’Unione europea sulla base del proprio modello non accondiscendente di sviluppo, che ha garantito alla Repubblica federale un significativo vantaggio concorrenziale sui propri partner.
Il nodo da risolvere è quello delle riforme da apportare all’architettura e ai poteri delle istituzioni chiamate a gestire la politica economica dell’Eurozona.
Per difendere la divisa unica e proteggere dal rischio di default alcuni stati di Eurolandia si sono escogitati diversi arrangiamenti: sono stati costituiti fondi e meccanismi d’intervento, il cui utilizzo tuttavia si è rivelato politicamente troppo sensibile per essere flessibile e credibile quanto sarebbe stato necessario.
Si è cercato di imporre a tutta l’Eurozona un rigore fiscale estraneo alle tradizioni di molti paesi e per di più nel bel mezzo di una recessione, rendendo in molti casi insostenibili i costi di una crisi che sarebbe stata forse più facilmente gestibile ricorrendo ad altri strumenti.
Si è infine tentato di aggirare le rigidità dello statuto della Banca centrale europea con interventi di rifinanziamento delle banche che sono serviti per un certo lasso di tempo a sostenere i mercati dei titoli di stato in maggiore sofferenza. Ma di conferire alla Bce il potere di monetizzare quote di debito sovrano, comprando i titoli di stato a domanda debole, nei più alti consessi dell’Unione si è faticato persino a parlare, malgrado questa soluzione sia stata invocata da più parti, fuori e dentro l’Europa, come meccanismo in grado di rassicurare i mercati e frenare il dilatarsi degli spread, che mina alle fondamenta le possibilità di riscatto degli stati finanziariamente in maggiori difficoltà.
Si è infine tentato di aggirare le rigidità dello statuto della Banca centrale europea con interventi di rifinanziamento delle banche che sono serviti per un certo lasso di tempo a sostenere i mercati dei titoli di stato in maggiore sofferenza. Ma di conferire alla Bce il potere di monetizzare quote di debito sovrano, comprando i titoli di stato a domanda debole, nei più alti consessi dell’Unione si è faticato persino a parlare, malgrado questa soluzione sia stata invocata da più parti, fuori e dentro l’Europa, come meccanismo in grado di rassicurare i mercati e frenare il dilatarsi degli spread, che mina alle fondamenta le possibilità di riscatto degli stati finanziariamente in maggiori difficoltà.
Le pressioni sulla Germania non scaturiscono solo dal confronto sulla strategia di politica economica da adottare per salvaguardare le prospettive della divisa unica e del processo di integrazione europea, ma paiono risentire di una componente ulteriore, che chiama in causa una delle opzioni basilari della recente geopolitica tedesca: quella fatta in favore della convergenza euro-russa e di un accentuato sviluppo delle relazioni commerciali con la Cina, che pure Lady Catherine Ashton ha cercato a suo modo di assecondare, affidando proprio ad un diplomatico tedesco la direzione del presidio del Servizio Esterno dell’Unione a Pechino.
Le ragioni del contrasto che oppone la Repubblica Federale all’attuale amministrazione americana sono conseguentemente molteplici e concorrono a spiegare parte dell’instabilità venutasi a creare in Europa.
Le ragioni del contrasto che oppone la Repubblica Federale all’attuale amministrazione americana sono conseguentemente molteplici e concorrono a spiegare parte dell’instabilità venutasi a creare in Europa.
L’urto tra Germania e Stati Uniti ha caratterizzato parte rilevante del 2011, è stato all’origine di vivaci polemiche interne che hanno diviso la stessa Cdu-Csu ed ha trovato una conferma plateale al vertice del G20 di Los Cabos, in Messico, pro¬vocando tra l’altro l’annullamento del summit euro-americano che avrebbe dovuto aver luogo al margine dell’evento.
Non ha contribuito a rasserenare gli animi in quella circostanza anche la condizione di obiettiva difficoltà in cui si sono trovati i paesi europei partecipanti alla riunione messicana, costretti ad allinearsi alla posizione tedesca, ancorché sul piano comunitario stessero cercando di moderarne il rigore. La grande precarietà che consegue a questo complesso stato di cose esige evidentemente risposte politiche immediate, che in questo rapporto si è cercato di delineare e discutere.
Se alla radice dei maggiori problemi vi sono conflitti di interesse profondi che contrappongono tra loro alcuni fra i più importanti paesi membri dell’Unione, e qualcuno di loro anche agli Stati Uniti, sembra utile prospettare una strategia che operi lungo almeno tre direttrici.
Pare in primo luogo indispensabile promuovere una riforma delle istituzioni comunitarie preposte alla gestione della politica monetaria dell’Eurozona. Il Fiscal compact preteso dalla Repubblica federale Tedesca ha una spiccata valenza politica e morale, ma agendo in senso pro ciclico in piena recessione rischia di alienare all’Europa le residue simpatie che l’ideale comunitario e federalista è ancora in grado di suscitare tra gli elettori ed i contribuenti del Continente.
Draghi e il modello della Bank of England
Va pertanto abbinato almeno ad una modifica profonda dello Statuto della Bce, che permetta a Francoforte di operare aggressivamente sul mercato dei titoli di debito sovrano, se non addirittura di rilevare le passività che affliggono il credito privato, come si accinge a fare la Bank of England.
Tale iniziativa avrebbe molto verosimilmente un positivo impatto sistemico, privando gli avversari del processo integrativo europeo di importanti vulnerabilità da sfruttare.
L’impiego allo stesso fine dei Fondi creati in questi mesi con i contributi degli stati membri non pare invece in grado di garantire la stessa duttilità, prefigurando trasferimenti di risorse dai paesi virtuosi a quelli che lo sono teoricamente meno, con l’effetto di esacerbare i risentimenti e provocare estese quanto incontrollabili manifestazioni della cosiddetta “rivolta dei ricchi”, affiorata in occidente a partire dagli anni Novanta.
Non ha contribuito a rasserenare gli animi in quella circostanza anche la condizione di obiettiva difficoltà in cui si sono trovati i paesi europei partecipanti alla riunione messicana, costretti ad allinearsi alla posizione tedesca, ancorché sul piano comunitario stessero cercando di moderarne il rigore. La grande precarietà che consegue a questo complesso stato di cose esige evidentemente risposte politiche immediate, che in questo rapporto si è cercato di delineare e discutere.
Se alla radice dei maggiori problemi vi sono conflitti di interesse profondi che contrappongono tra loro alcuni fra i più importanti paesi membri dell’Unione, e qualcuno di loro anche agli Stati Uniti, sembra utile prospettare una strategia che operi lungo almeno tre direttrici.
Pare in primo luogo indispensabile promuovere una riforma delle istituzioni comunitarie preposte alla gestione della politica monetaria dell’Eurozona. Il Fiscal compact preteso dalla Repubblica federale Tedesca ha una spiccata valenza politica e morale, ma agendo in senso pro ciclico in piena recessione rischia di alienare all’Europa le residue simpatie che l’ideale comunitario e federalista è ancora in grado di suscitare tra gli elettori ed i contribuenti del Continente.
Draghi e il modello della Bank of England
Va pertanto abbinato almeno ad una modifica profonda dello Statuto della Bce, che permetta a Francoforte di operare aggressivamente sul mercato dei titoli di debito sovrano, se non addirittura di rilevare le passività che affliggono il credito privato, come si accinge a fare la Bank of England.
Tale iniziativa avrebbe molto verosimilmente un positivo impatto sistemico, privando gli avversari del processo integrativo europeo di importanti vulnerabilità da sfruttare.
L’impiego allo stesso fine dei Fondi creati in questi mesi con i contributi degli stati membri non pare invece in grado di garantire la stessa duttilità, prefigurando trasferimenti di risorse dai paesi virtuosi a quelli che lo sono teoricamente meno, con l’effetto di esacerbare i risentimenti e provocare estese quanto incontrollabili manifestazioni della cosiddetta “rivolta dei ricchi”, affiorata in occidente a partire dagli anni Novanta.
Tale fenomeno sta in effetti erodendo da tempo la solidarietà interna agli stati e può avere conseguenze devastanti se proiettato in ambiti che oltrepassino questa dimensione domestica, contribuendo ad alimentare nuovi nazionalismi e in ultima analisi fomentando la disgregazione dell’Europa.
Appare in secondo luogo necessaria una contestuale ridefinizione dei rapporti intercorrenti tra l’Unione europea, gli Stati Uniti e la Russia, che somigli al vero reset promesso dall’amministrazione Obama all’atto del suo insediamento.
Appare in secondo luogo necessaria una contestuale ridefinizione dei rapporti intercorrenti tra l’Unione europea, gli Stati Uniti e la Russia, che somigli al vero reset promesso dall’amministrazione Obama all’atto del suo insediamento.
Il modello di nuova Pax americana enunciato nelle pagine che seguono può costituirne l’embrione, ammesso che il rapporto privilegiato tra le democrazie occidentali possa effettivamente includere in prospettiva anche la Federazione russa, com’è negli interessi degli europei.
Si registrano dubbi a proposito del fatto che possa essere ancora la Nato il contenitore attraverso il quale perseguire questo disegno, perché gli Stati Uniti e la Russia non paiono più ritenere l’Alleanza il fulcro del sistema di sicurezza internazionale, seppur per opposte ragioni: l’America, perché guarda ormai principalmente alla regione Asia-Pacifico e trova apparentemente utile ridurre la propria presenza fisica in Europa, anche per frenarne la possibile ascesa al rango di grande potenza; la Federazione russa, per non farsi intrappolare in un meccanismo che la trasformerebbe nell’antemurale dell’occidente tanto in Asia centrale quanto nei confronti della Cina, che né Mosca né gli europei desiderano veramente antagonizzare in questa fase.
In terzo luogo, sembra opportuno assecondare in tutti i paesi dell’Unione élites e forze politiche che favoriscano rielaborazioni degli interessi nazionali in un’accezione meno ristretta di quelle correnti, in cui possa rientrare anche la dimensione europea come opzione per sfuggire alla prospettiva della marginalità e dell’irrilevanza.
Si registrano dubbi a proposito del fatto che possa essere ancora la Nato il contenitore attraverso il quale perseguire questo disegno, perché gli Stati Uniti e la Russia non paiono più ritenere l’Alleanza il fulcro del sistema di sicurezza internazionale, seppur per opposte ragioni: l’America, perché guarda ormai principalmente alla regione Asia-Pacifico e trova apparentemente utile ridurre la propria presenza fisica in Europa, anche per frenarne la possibile ascesa al rango di grande potenza; la Federazione russa, per non farsi intrappolare in un meccanismo che la trasformerebbe nell’antemurale dell’occidente tanto in Asia centrale quanto nei confronti della Cina, che né Mosca né gli europei desiderano veramente antagonizzare in questa fase.
In terzo luogo, sembra opportuno assecondare in tutti i paesi dell’Unione élites e forze politiche che favoriscano rielaborazioni degli interessi nazionali in un’accezione meno ristretta di quelle correnti, in cui possa rientrare anche la dimensione europea come opzione per sfuggire alla prospettiva della marginalità e dell’irrilevanza.
In Germania, ciò significa scommettere innanzitutto sul rilancio della visione europeista abbracciata dall’ex cancelliere Helmut Kohl, attualmente interpretata soprattutto dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, e forse investire anche sulla parte più raffinata e cosmopolita dell’opposizione socialdemocratica e verde, che è quella che in questa fase sta maggiormente sollecitando pro domo sua il presidente francese François Hollande.
Nei paesi che stanno maggiormente soffrendo il rigore della politica monetaria e fiscale europea – come Grecia, Portogallo, Spagna e Italia – equivale invece a rinunciare almeno per il momento ai disegni che mirano alla restaurazione delle vecchie divise nazionali, che dovrebbe essere considerata soltanto come uno strumento di ultima istanza. Ancora una volta, rispetto all’instabilità, all’incertezza e all’insicurezza le opinioni pubbliche domandano protezione. Ai loro stati in primo luogo, com’è logico che sia, stante il legame profondo rappresentato dal rapporto di cittadinanza. Occorre prenderne atto. Ma è importante che concorra a soddisfare questa esigenza anche quell’Europa che fasce sempre più ampie dell’elettorato percepiscono ormai come una causa dei loro problemi, anziché la fonte delle possibili soluzioni. A queste latitudini, è quindi imperativo che la richiesta di più efficaci tutele da parte dei poteri pubblici trovi una risposta efficace e credibile anche e forse soprattutto a livello europeo. A questo specifico obiettivo tende la gran parte delle proposte e raccomandazioni di policy contenute in questo volume.
di Germano Dottori*
* l'autore è docente di Studi strategici alla Luiss Guido Carli, è curatore del rapporto di Nomisma Nomos & Khaos.
* l'autore è docente di Studi strategici alla Luiss Guido Carli, è curatore del rapporto di Nomisma Nomos & Khaos.